sábado, 27 de noviembre de 2010

Marisela Ortiz Rivera nella “città che uccide le donne

“È il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna a liberarci di volta in volta dalla paura”

(Sergio Gonzáles Rodríguez in “Ossa nel deserto”)

Ci sono donne che rischiano ogni giorno la vita e quella dei loro famigliari per la battaglia in favore dei diritti umani. Donne che fanno della ricerca di verità e giustizia un obiettivo, uno stile di vita, uno modo di essere. Donne che, per quanto siano coraggiose e tenaci, possono continuare la loro battaglia soltanto se noi ci accorgiamo di loro e puntiamo il dito contro chi le vuole mettere a tacere, magari per sempre.

Una di queste donne coraggio si chiama Marisela Ortiz Rivera. È messicana e vive a Ciudad Juárez, l’ormai tristemente famosa “città che uccide le donne”. Dal 1993, in questa città si contano più di 1.300 donne uccise e centinaia di donne sparite. I corpi vengono spesso ritrovati irriconoscibili nel deserto, nudi, violati, straziati dalle torture subite, anche mutilati. Corpi di giovani donne, anche bambine. Corpi che testimoniano l’assoluta sofferenza di queste donne, rapite, più volte torturate, violate, uccise e buttate.


Marisela Ortiz Rivera

Un incubo quotidianamente alimentato dall’incapacità, negligenza e mancanza di volontà da parte delle istituzioni statali e federali di indagare i casi, di sottoporre alla giustizia i colpevoli, di assicurare il diritto al risarcimento dei familiari delle vittime e adottare misure efficaci perché le donne di Ciudad Juárez siano sicure nella loro città.

Attivisti contro i femminicidi minacciati di morte

Marisela Ortiz Rivera, psicologa e maestra, è presidente dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” (Perché le nostre figlie tornino a casa), che a Ciudad Juárez si batte perché sia fatta luce sui casi di femminicidio. L’associazione da anni denuncia l’incapacità dello Stato di far fronte al suo obbligo di garantire giustizia e supporta le famiglie delle vittime.

Gli attivisti dell’associazione sono spesso oggetto di minacce di morte. Amnesty International, e altre associazioni che si adoperano per la tutela dei difensori dei diritti umani nel mondo, più volte hanno lanciato delle azioni urgenti per chiedere alle autorità messicane garanzie per la sicurezza personale degli attivisti dei diritti umani a Ciudad Juárez, tra di loro anche Marisela.

Attualmente Marisela Ortiz Rivera esce di casa solo se scortata da agenti di polizia. Nel novembre 2009 è stato ucciso in circostanze poco chiare un giovane attivista di “Nuestras hijas de regreso a casa”, era il genero di Marisela.

Marisela Ortiz Rivera è in Italia in questi giorni per portare la sua testimonianza e raccogliere solidarietà. Ricordiamo che il suo coraggio e la sua tenace dedizione alla causa contro i femminicidi sono stati riconosciuti anche da enti e associazioni italiane. Per esempio, il Comune di Torino ha insignito Marisela della cittadinanza onoraria, e il Comune di Firenze le ha riconosciuto il Giglio d’Oro.

“Donne di Sabbia”, spettacolo teatrale di testimonianza e denuncia
Donne di Sabbia

Sabato 20 novembre Marisela era a Milano, alla biblioteca Calvairate, ospite d’onore della 50ma rappresentazione teatrale di “Donne di Sabbia”, spettacolo patrocinato da Amnesty International.

“Donne di Sabbia” è un’associazione formata da donne del torinese che mettono in scena l’omonimo spettacolo, e a cui fa capo l’instancabile Monica Livoni. Si tratta di un’intensa testimonianza sui femminicidi di Ciudad Juárez. Il ricavato degli spettacoli è devoluto a sostegno dei progetti di “Nuestras hijas de regreso a casa”. È uno spettacolo assolutamente coinvolgente.

Nell’occasione Marisela Ortiz Rivera ha ringraziato “Donne di Sabbia” per il lodevole e importante supporto, e ha ringraziato tutte le associazioni che in Italia le sono di sostegno, tra cui Amnesty International. Era evidentemente commossa. Ha ricevuto un lungo e caldo applauso dal pubblico, che le ha fatto molte domande sulla sua attività in difesa dei diritti delle donne e la situazione attuale a Ciudad Juárez.

Ciudad Juárez oggi

Marisela Ortiz Rivera denuncia che lo Stato non sta facendo, attualmente, ancora nulla per far fronte ai suoi doveri di rendere giustizia alle vittime, di porre fine all’impunità identificando e giudicando i colpevoli. Anzi fa presente che la situazione negli ultimi anni è peggiorata, e va purtroppo peggiorando.

Nel 2010 sono state uccise 300 donne, una donna ogni 29 ore. Marisela usa più volte la parola guerra per descrivere la situazione di una città con una popolazione di circa un milione e mezzo di abitanti. Le vittime sono ragazze giovani, spesso lavoratrici nelle maquiladoras, fabbriche di assemblaggio, soprattutto statunitensi, che sfruttano il basso costo della manodopera messicana. Sono donne povere, sole e che possono facilmente sparire senza troppo “chiasso”.

Marisela Ortiz Rivera spiega che ogni giorno a Ciudad Juárez chiudono 7 attività commerciali. Se un tempo le strade erano trafficate e piene di gente, ora sono vuote, e le maquiladoras a causa della globalizzazione chiudono. La gente lascia la città, ostaggio di una guerra tra i due più importanti cartelli della droga, quelli di Sonora e di Juárez.

Tra il pubblico c’è chi non riesce a comprendere come è possibile che centinaia di donne vengano uccise e non si faccia nulla per ricercare i colpevoli. Si chiede chi in effetti uccida le donne. Come sia possibile che succeda tutto questo, dato che il Messico è un Paese di diritto.


Questo il punto. Il Messico ufficialmente è definito Paese di diritto. Sicuramente il Messico a livello internazionale si è fatto promotore di molte iniziative a favore dei diritti umani, tra le quali la costituzione del Tribunale Penale Internazionale. E questo è un fattore senz’altro positivo che viene riconosciuto al Paese. Ma a livello interno gli impegni sottoscritti nei trattati internazionali non vengono mantenuti.

La debolezza del sistema nel garantire giustizia ed equità in Messico è stata denunciata da tempo sia a livello nazionale che internazionale. Già nel 2002 il Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza dei giudici e avvocati dichiarava: “Sembra che impunità e corruzione siano continuate, anziché essere combattute. Qualsiasi cambiamento o riforma non risulta nei fatti”.

È come se tutti gli aspetti negativi del Messico si catalizzassero a Ciudad Juárez, Paese di frontiera con gli USA. Crogiolo della violenza portata dai cartelli della droga dove pare, tra l’altro, che gli adepti amino organizzare festini satanici con belle ragazze che diventano vittime sacrificali. Dove i nuovi membri devono dimostrare di valere, e la prova è probabilmente quella di sapere torturare, uccidere e mutilare. Probabilmente lo devono dimostrare mostrando il capezzolo di una donna come prova.

Ciudad Juárez è ostaggio di una cultura machista che fa della donna un oggetto, e non soggetto di diritti. Ostaggio dell’abominevole mercato degli snaff movies, video di stupri, torture e omicidi reali che negli Usa vengono venduti a settanta, centomila euro.

Ostaggio della corruzione del sistema politico, giudiziario ed economico, dove le indagini se iniziate non vengono portate a termine, o sono depistate, e dove a volte vengono accusati innocenti, “capri espiatori” per tranquillizzare la cittadinanza.

Ciudad Juárez dove gli agenti di polizia sono a volte non solo conniventi, ma anche gli stessi autori di stupri, torture e femminicidi. Ciudad Juárez dove l’esercito, inviato per porre un freno alla violenza, invece la riproduce violando a sua volta.

Chi denuncia e dice la verità rischia la vita

Si può ben comprendere come in una situazione del genere sia molto pericoloso denunciare gli abusi e raccontare la verità. Una pericolosità testimoniata anche dal fatto che il Messico rimane il Paese più pericoloso per i giornalisti: 13 sono stati uccisi nei primi nove mesi del 2010 per aver scritto troppo, o scritto quello che non dovevano.

La stampa ufficiale e i media sostengono generalmente la verità del governo, che tenta di far passare i femminicidi come crimini esclusivamente legati al narcotraffico. Si vuole tranquillizzare la popolazione facendole credere che tutte le donne uccise appartengano in qualche modo al mondo del crimine, e che chi conduce una vita onesta non ha nulla da temere. Per questo motivo le associazioni come “Nuestra hijas de regreso a casa” vengono accusate di infangare senza motivo il nome della città. Ma a Ciudad Juárez troppo spesso le donne vengono uccise in quanto donne.


Marisela Ortiz Rivera, la sua famiglia e i membri di “Nuestras hijas de regreso a casa” ogni giorno lottano sfidando tutto questo, cercando tra l’altro di ridare speranza e fiducia ai figli delle vittime. Una lotta quotidiana che non può fare a meno del supporto di altre donne, uomini, istituzioni che, lontani da Ciudad Juárez, possono senza troppi rischi puntare il dito, denunciare, sollecitare giustizia.

Come del resto ha fatto la Corte Interamericana nel novembre 2009 emettendo una sentenza sull’emblematico caso denominato “Campo di cotone”, dal luogo dove nel 2001 sono stati ritrovati i corpi di 5 ragazze, alcune minorenni. Si è trattato di una sentenza storica in cui la Corte ha denunciato il Messico per inadempienza e lo ha sollecitato a intraprendere una serie di attività per far fronte ai suoi impegni. A oggi, però, lo Stato rimane inadempiente.

viernes, 26 de noviembre de 2010

Exigen en Chihuahua esclarecer cinco homicidios de mujeres

Integrantes de la sociedad civil señalan que no tienen nada que celebrar ya que ni siquiera se cumplen las obligaciones dictaminadas por la CIDH

Carlos Coria
CHIHUAHUA, 25 de Noviembre.-Desde las 10 de la mañana, un centenar de mujeres integrantes de organizaciones de la sociedad civil, salieron a las calles de Chihuahua para reclamar a los tres niveles de gobierno su omisión en el esclarecimiento de los cintos de homicidios de mujeres que se han dado en la entidad.

Las manifestaciones y protestas se realizan en torno a la celebración este jueves, del Día Internacional de la No Violencia Contra las Mujeres, “en Chihuahua o tenemos nada que celebrar porque ni siquiera se cumplen las obligaciones dictaminadas por la Comisión Interamericana de Derechos Humanos en el caso de las ocho mujeres asesinadas en el Campo Algodonero de Ciudad Juárez”, dijo Isabel Guardado, integrante de Mujeres de Negro.

Alma Gómez, del Observatorio Estatal del Feminicidio, aseguró que los asesinatos de mujeres han aumentado de manera significativa en los últimos dos años, “contrario a lo que a veces se piensa, debido a su invisibilización, esta problemática que en 1993 aterrorizó a las y los habitantes de Cd. Juárez y Chihuahua, de forma silenciosa ha seguido cobrando la vida de niñas y mujeres en nuestro Estado”.

A las 10:30 horas, decenas de estas mujeres, muchas de ellas madres que han perdido a sus hijas, mancilladas, torturadas y asesinadas por hombres que en su inmensa mayoría no han sido capturados, se plantarán de manera indefinida frente al Palacio de Gobierno, hasta que el Gobernador de Chihuahua, César Duarte Jáquez, las reciba en audiencia.

En el mismo sitio, en la Plaza Hidalgo, se encuentra el monumento llamado La cruz de clavos, donde cuelgan más de 400 nombres de mujeres, jovencitas y madres de familia que han sido asesinadas en Chihuahua desde 1993 que fue instalada.

Por la tarde, una marcha silenciosa, con mujeres vestidas de negro, de luto, caminarán rezando por calles principales de la capital de Chihuahua, susurrando los nombres de estas cientos de víctimas, cuya memoria aún aguarda justicia.

azc

A un año de sentencia, el caso campo algodonero sigue parado

A un año de que la Corte Interamericana de Derechos Humanos declaró al Estado Mexicano culpable por tres de los ocho feminicidios ocurridos en el campo algodonero en Ciudad Juárez, la investigación de los casos sigue parada y hay un rezago en el cumplimiento de las condiciones exigidas para resarcir el daño a las víctimas y sus deudos.

 
Así lo expuso ayer Teresa Incháustegui, presidenta de la comisión especial para los feminicidios de la Cámara de Diputados, instancia que el lunes llevará a cabo aquí en esta frontera el foro internacional denominado “Justiciabilidad de los Derechos Humanos de las Mujeres: un año de la Sentencia del Campo Algodonero”.

 
“A un año de la sentencia, no vemos respuestas claras, el documento contempla hechos que debían ocurrir al momento de la sentencia y otras con plazos establecidos, pero a la vuelta de 365 días vemos que la investigación de los tres casos sigue parada, no hay acción de la justicia en contra de los funcionarios que fueron omisos y lo más grave que siguen ocurriendo hechos” afirmó la legisladora vía telefónica desde la Ciudad de México.

Indicó que la situación exhibe que no hay voluntad de resolver los casos, porque mientras autoridades estatales se disculpan y alegan que tiene recursos económicos para responder, las federales dicen que no tiene competencia.

“Entonces estamos ante una distribución de incompetencia y nadie hace nada” agregó.

 
Por eso dijo que el lunes 29 de noviembre se reúnen en esta frontera para llevar a acabo un foro donde organismo internacionales, investigadores, académicos y agrupaciones de mujeres revisaran el cumplimiento de la sentencia emitida por la CIDH y lanzar un llamado a la solidaridad para demandar al Gobierno Mexicano el cumplimiento a lo que se determinó ante estos casos.

El año pasado, el máximo tribunal de justicia de la región determinó que el Estado mexicano incurrió en irregularidades en las investigaciones del caso entre las que destacó la falta de información al momento de reportar el hallazgo de los cadáveres, una inadecuada preservación de la escena del crimen, falta de rigor en la recolección de evidencias y en la cadena de custodia, así como contradicciones e insuficiencias en las autopsias, y en la identificación de los cuerpos.

 
Por ello le ordenó que investigue a los funcionarios acusados de irregularidades y, luego de un debido proceso, aplique las sanciones administrativas, disciplinarias o penales correspondientes a quienes resultaran responsables.

Asimismo estableció que en el plazo de un año, a partir de la notificación de la sentencia, el Estado deberá realizar un acto público de reconocimiento de responsabilidad internacional, en relación con los hechos del campo algodonero, en honor a la memoria de las jóvenes Claudia Ivette González, Esmeralda Herrera Monreal y Laura Berenice Ramos Monárrez, donde deberá mencionar las violaciones a los derechos humanos en que incurrió y que se declararon en la sentencia. Este acto se cumple el 10 de diciembre próximo dijo la diputada federal.

 
En este caso, “es pertinente que el Estado levante un monumento en memoria de las mujeres víctimas de homicidio por razones de género en Ciudad Juárez, entre ellas las víctimas de este caso, como forma de dignificarlas y como recuerdo del contexto de violencia que padecieron y que el Estado se compromete a evitar en el futuro”

 
Este monumento deberá construirse en el campo algodonero donde el 6 y 7 de noviembre de 2001, fueron encontradas las 8 mujeres asesinadas, indicó.

jueves, 25 de noviembre de 2010

El Estado mexicano en deuda con las mujeres: Vigencia de la impunidad ante la violencia sexual y el feminicidiode Cmdpdh



De enero del 2009 a junio del 2010 se reportan 1728 feminicidios en la mitad del país.


40.9% de las mujeres asesinadas eran jóvenes: tenían entre 11 y 30 años de edad.


En más del 50% de los casos las Procuradurías locales desconocen el motivo del asesinato.


De los casos registrados sólo se conocen 40 sentencias (4%).


* Informe una mirada al feminicidio en México, OCNF 2010.

Según estimaciones de la Secretaría de Salud Federal en el país ocurren alrededor de 120 mil violaciones al año, es decir, aproximadamente una cada cuatro minutos.

De acuerdo a las procuradurías de justicia de 11 estados, de enero de 2009 a junio de 2010, se denunciaron once mil 794 casos de violación sexual.

De 4 mil 773 denuncias de violación sexual reportadas por la Procuraduría de Justicia del Estado de México, la Secretaría de Salud informa de sólo 36 interrupciones legales de embarazos forzados.

A dos años de haberse publicado la NOM 046, las mujeres víctimas de violación sexual siguen encontrando graves barreras para acceder a servicios de atención integral a la salud, incluida la interrupción legal del embarazo (ILE), debido a la falta de lineamientos entre las Secretarías de Salud y las Procuradurías.

A más de 3 años de vigencia de la Ley General de Acceso a las Mujeres a una Vida Libre de Violencia no se cuenta con el Banco Nacional de Datos e Información sobre Casos de Violencia contra las Mujeres.

Estos datos reflejan la dramática realidad de la falta de acceso a la justicia y a la reparación integral del daño que viven las mujeres víctimas de violencia en México.


El Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicidio (OCNF) ha documentado ampliamente la ineficacia de las instituciones federales y locales obligadas a procurar y administrar la anhelada justicia, debido al total desinterés en impulsar políticas públicas integrales que erradiquen la desigualdad de género y la discriminación contra las mujeres. Asimismo han invisibilizado la problemática del feminicidio al no contar con registros globales y rigurosos que permitan cuantificar la dimensión real de la violencia contra las mujeres.


Ante esta grave situación el OCNF exige que se cree, aplique y estandarice a nivel nacional –como lo establece la Sentencia de Campo Algodonero- un protocolo para la investigación de homicidios dolosos y desapariciones de mujeres con perspectiva de género, que contemple un mecanismo de sanción a los servidores públicos que incurran en violencia institucional contra las mujeres. De la misma manera exige la cabal instrumentación de la NOM 046 en todas las entidades de la República.


Este 25 de noviembre, Día internacional de la eliminación de la violencia contra las mujeres y las niñas, el Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicido demanda a las autoridades federales y estatales el cumplimiento de las obligaciones contraídas ante los mecanismos internacionales de derechos humanos.

¿Cuántas víctimas más de violencia sexual y feminicidio tienen que quedar impunes para que el Estado mexicano reaccione y proteja la vida y la seguridad de la mitad de la población mexicana?

OBSERVATORIO CIUDADANO NACIONAL DEL FEMINICIDIO

Conformado por 46 organizaciones en 18 estados


Responsable de publicación: María de la Luz Estrada

Ciudad Juárez - Cada 29 horas ocurre un feminicidio

Adital -

En Ciudad Juárez, Chihuahua las mujeres son desaparecidas, asesinadas, y ahora también sepultadas solas; así ocurrió con una mujer asesinada en una de las tantas balaceras de la entidad; sólo su compañero de vida asistió a su entierro porque sus familiares y amistades tuvieron miedo de presentarse ante la violencia que se vive en la entidad.

En entrevista con Cimacnoticias, la representante de la Red Mesa de Mujeres de Ciudad Juárez, Imelda Marrufo, informó que en Ciudad Juárez una mujer es asesinada cada 29 horas y en lo que va del año se han registrado 26 mujeres desaparecidas, lo que significa un incremento del 400 por ciento en relación al 2008 con 18 mujeres desaparecidas y 2009 con 22.

"Hasta el viernes 5 de noviembre la Red tenía contabilizados 277 asesinatos de mujeres en este año".

La ola de violencia extrema y la crisis económica mantienen a Ciudad Juárez, en un estado que pareciera de abandono, en una visita de cuatro días, ésta agencia pudo observar, negocios cerrados, calles vacías, mujeres y niñas en extrema pobreza y con mucho miedo de hablar.

Aquí se puede escuchar la soledad de una ciudad que ha sido abandonada por unas 230 mil personas en los últimos tres años, por temor a la violencia de los grupos del crimen organizado que han dejado más de 7 mil muertos desde 2008, según información del Observatorio de Seguridad y Convivencia Ciudadana de Ciudad Juárez.

Por Gladis Torres Ruiz, enviada de Cimac

México, a la cabeza de feminicidios: UNIFEM

Violencia contra las mujeres causa más muertes y discapacidad que el cáncer

De 135 países sin guerra, México está a la cabeza en materia de feminicidios, señaló ayer en conferencia de prensa, Ana Güezmez García, directora de la Oficina Regional para México, Centroamérica, Cuba y República Dominicana del Fondo de Desarrollo de las Naciones Unidas para la Mujer (UNIFEM).

En el marco del 25 de noviembre, Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer, la representante de UNIFEM calificó de “emblemático” el caso de los asesinatos por violencia misógina en Ciudad Juárez, Chihuahua, urbe fronteriza donde erróneamente se ha dicho que las desaparecidas en realidad se fueron con sus novios; sin embargo, esta mentalidad debe cambiar.

El Banco Mundial ha estimado que la violencia contra las mujeres de entre 15 y 44 años de edad causa más muertes y discapacidad que el cáncer, la malaria, los accidentes automovilísticos y la guerra juntos, citó.

Explicó que el Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer fue declarado por la Asamblea General de la Organización de las Naciones Unidas en 1999, en recuerdo a las hermanas Patricia, Minerva y María Teresa Mirabal, conocidas en República Dominicana como “Las mariposas”, quienes dueron ejecutadas por oponerse al régimen del dictador Rafael Leonidas Trujillo.

Recordó que en la actualidad, las mujeres representan dos tercios de los analfabetas del mundo; 70 por ciento de quienes sobreviven con menos de un dolar al día; sólo 1 por ciento de los propietarios de la tierra, y 79 por ciento de las víctimas de tráfico humano. Asimismo, a igual trabajo, la población femenina recibe entre 20 y 50 por ciento menos salario que los varones.

La directora regional de UNIFEM también habló de las desigualdades de género en el terreno político. Mientras las mujeres son más de la mitad de la población mundial, en América Latina, por ejemplo, sólo hay tres presidentas de la República. Se refirió a Laura Chinchilla en Costa Rica, Dilma Rousseff, próxima mandataria de Brasil, y Cristina Fernández en Argentina.

A su vez, Mariana Winocur, coordinadora de Comunicación Social del Grupo de Información en Reproducción Elegida (Gire), dijo que las leyes vigentes en 17 estados de México, a favor de la vida del óvulo fecundado, constituyen una forma de “violencia institucional” contra las mujeres en el país. Los marcos jurídicos antiaborto obstaculizan el derecho a decidir, el ejercicio de la libertad de conciencia y la auto determinación reproductiva.

Sandra Serrano, académica de la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales, comentó que la estrategia contra el narcotráfico implementada por el gobierno de Felipe Calderón crea un “estado de riesgo per se” para las mujeres, pues no sólo han muerto gente relacionada con la delincuencia organizada. Ha habido “ejecuciones extrajudiciales directamente imputables al Estado mexicano”, las cuales, erróneamente han sido calificadas por la administración federal como “efectos colaterales”.

La guerra contra el narcotráfico ha invisibilizado los feminicidios

Piden se retome propuesta de 2008 para tipificar como delito los asesinatos de mujeres

 
Arranca la campaña 16 Días de Activismo contra la Violencia de Género
 
Entre los militares que mandan y los capos de la droga se perdido los derechos de ellas: Sandra Serrano, de Flacso

 
El mapa del feminicidio, expuesto en la UNAM en el Día Internacional para la Eliminación de la Violencia contra las Mujeres, muestra cruces en cada uno de los lugares donde han sido asesinadas-Foto Cristina Rodríguez

Arianne Díaz, Gabriel León y Alma Muñoz

 
Periódico La Jornada


En México la lucha contra el crimen organizado ha invisibilizado el fenómeno de los asesinatos a mujeres, por lo cual urge retomar la propuesta de tipificación de este delito presentada al Congreso federal en diciembre de 2008, exigió la Red por los Derechos Sexuales y Reproductivos en México al presentar en la zona de las islas de Ciudad Universitaria de la Universidad Nacional Autónoma de México, del Mapa del Feminicidio en el territorio nacional.

 
A su vez, el Centro de Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez acusó al Estado mexicano de alentar la violencia de género. Puso de ejemplo la impunidad en el caso de la tortura sexual contra las detenidas en San Salvador Atenco durante el operativo policial del 3 y 4 de mayo de 2006.

 
“Pese a que han pasado cuatro años, ni los perpetradores de tales actos ni las autoridades que ordenaron la incursión violenta han sido sancionados”, denunció.

Asimismo, y siempre en el contexto del Día Internacional para la Eliminación de la Violencia contra la Mujer, que se conmemora hoy, la campaña internacional 16 Días de Activismo contra la Violencia de Género ubicó en 2010 a la militarización como una de las estructuras que perpetúan la agresividad.

 
La campaña de los 16 días concluirá el 10 de diciembre, Día Internacional de los Derechos Humanos. Desde hace 20 años se despliega esta actividad, la cual coordina el Centro por el Liderazgo Global de las Mujeres (CWGL, por sus siglas en inglés).

 
En su caracterización del fenómeno, la militarización es “una ideología que genera una cultura de miedo y apoya el uso de la violencia, la agresividad o las intervenciones militares para solucionar disputas y reforzar intereses económicos y políticos”.

 
En tal sentido, la violación sexual es usada como táctica y el militarismo no se limita a las zonas de guerra o a la esfera pública; las familias de hombres y mujeres militarizados pueden vivir la violencia en sus propios hogares, pues la violencia doméstica armada está escondida de la vista pública.

 
Sandra Serrano, investigadora de la Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (Flacso), catalogó a la militarización que se vive en el país –a propósito de la guerra contra el crimen organizado– como una violación de los derechos humanos directamente imputable al Estado.

“La estrategia contra el narcotráfico afecta una serie de derechos, como la libertad, la propiedad y la integridad personal... las muertes que se generen a raíz de sus políticas quedan bajo su responsabilidad”, advirtió durante una conferencia de prensa.

 
Por su parte, Susana Franklin, quien dirige un refugio para víctimas de maltrato, consideró que el nivel de tensión que propicia esa militarización en las ciudades provoca mayor violencia y que “entre los militares que mandan y los narcotraficantes, los derechos de las mujeres se pierden”.

 
Recordó que la instauración de este día obedece a la represión que sufrieron, en 1960, las hermanas Mirabal bajo la dictadura militar de Leónidas Trujillo, en República Dominicana. A 50 años de ese episodio, la activista apuntó con tristeza que la mujer sigue siendo violentada por personal castrense, y que este día, más que conmemorativo, “es de duelo”.

 
A su vez, la Red por los Derechos Sexuales y Reproductivos en México apremió a la integración de un banco de datos nacional de feminicidio, que incluya variables completas sobre el crimen con la finalidad de diseñar acciones y políticas que erradiquen este grave problema en territorio nacional. Lo anterior, aseguraron, porque “resulta urgente e inaplazable otorgar visibilidad y solución a este terrible problema social derivado de una cultura obsoleta” que aún se vive en numerosas entidades del país.

El Centro Pro subrayó que en fechas recientes integrantes de la Misión internacional por acceso a la justicia de las mujeres en la región de Mesoamérica dieron a conocer que hubo mil 728 feminicidios en 18 estados, de enero de 2009 a junio de 2010.

Frente a tales hechos, indicó, hay “inoperancia de las instancias encargadas de poner un alto a la violencia de género y tampoco han creado las dependencias pertinentes ni adoptado las medidas eficientes para su erradicación”.

A su vez, el Centro Tlachinollan planteó que la violación a los derechos humanos de las mujeres se mantiene de manera flagrante en Guerrero.


VIOLENZA. Marisela Ortiz Rivera torna in Italia per raccontare ancora del femminicidio a Ciudad Juarez (Messico)

Categorizzato | VIOLENZA

Pubblicato il 16 novembre 2010 da redazione

(Milano/Torino) Due importanti appuntamenti, uno a Milano, il 20 novembre, e l’altro a Torino, il 21, per un aggiornamento sul femminicidio che si consuma a Ciudad Juarez e per conoscere/rivedere una donna coraggiosa come Marisela Ortiz Rivera, presidente dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” di Ciudad Juarez (Messico), che a Torino, alle ore 15,00 del 21 novembre, presso il Museo Diffuso della Resistenza, Corso Valdocco 4/A, porterà la sua testimonianza contro i femminicidi in Messico. “Ni una más” “Non una morta in più!!! E’ chiedere molto?”. La Circoscrizione 1 di Torino, Amnesty International, Sur, Donne di Sabbia, Donne in Nero, Casa delle Donne di Torino, Ass. Almaterra, Libera, Acmos, Il Salvagente, Antropocosmos, Urzene Teatro invitano la cittadinanza all’incontro con Marisela Ortiz Rivera, che racconterà come dal 1993 a Ciudad Juárez, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, oltre 900 donne, adolescenti e bambine, sono state assassinate secondo lo stesso rituale: rapimento, tortura, sevizie sessuali, mutilazioni, strangolamento. Inoltre, sono più di 1000 i casi di donne scomparse e non ritrovate a Ciudad Juarez e nella regione di Chihuahua. Noto come “femminicidio” questo fenomeno è diventato la più vergognosa violazione dei diritti umani nella storia del Messico degli ultimi anni.

Il clima di impunità continua a crescere senza che al momento siano state compiute azioni concrete per mettere fine a questa situazione e mentre le autorità messicane occultano la gravità dei fatti, nuovi corpi straziati di donne vengono ritrovati a un ritmo crescente. Nell’occhio del ciclone per la sua negligenza e incompetenza, la polizia messicana ha cercato di placare le proteste dell’opinione pubblica trovando dei capri espiatori, persone che hanno confessato la loro colpevolezza sotto tortura. Non solo la polizia non è riuscita a fermare il “femminicidio”, ma si è anche resa colpevole di questi gravi abusi.

Oggi Marisela Ortiz Rivera, è un simbolo della lotta contro l’impunità del femminicidio a Ciudad Juarez.

Presidente e co-fondatrice dell’Associazione “Nuestras Hijas de regreso a casa”, ha ricevuto varie onorificenze tra cui la cittadinanza onoraria del Comune di Torino e il Giglio d’Oro del Comune di Firenze, per il suo irriducibile e intenso impegno nella denuncia e nell’appassionata opposizione contro i crimini.

Marisela sarà presente inoltre, il 20 novembre a Milano alle ore 10,30 presso la Biblioteca Calvairate, Via Laura Ciceri Visconti 1, in occasione rappresentazione teatrale contro i femminicidi in Messico, “Donne di Sabbia”, testimonianze di donne di Ciudad Juarez” (giunto alla sua 50a replica), promosso da Donne di Sabbia e Amnesty International, cha seguito il caso di Marisela con diverse azioni urgenti in quanto è stata più volte in pericolo di vita a causa della sua attività in difesa dei diritti delle donne.

“Donne di Sabbia” è uno spettacolo teatrale di testimonianza e denuncia dei femminicidi di Ciudad Juarez, Messico. E’ stato creato e messo in scena con lo scopo di divulgare la terribile realtà che colpisce da 17 anni questa città di frontiera: sono più di 900 le donne assassinate e più di mille quelle scomparse dal 1993. La rappresentazione ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International, cha seguito il caso di Marisela con diverse azioni urgenti in quanto è stata più volte in pericolo di vita a causa della sua attività in difesa dei diritti delle donne.

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste: Simona Fontana – Ufficio stampa Amnesty International Lombardia – www.amnestylombardia.it – s.fontana@amnesty.it

Donne di Sabbia: mll2000itza@libero.it

(Delt@ Anno VIII, n. 222 del 17 novembre 2010)

domingo, 21 de noviembre de 2010

Conferencia magistral de Julia Monárrez sobre feminicidio

•En el CCU de la UABJO

Este viernes Julia Monárrez Fragoso, investigadora de El Colegio de la Frontera Norte, ofreció la conferencia magistral “Elementos de análisis para conceptualizar el daño a las víctimas y reposicionar el valor de la vida”, en el Centro Cultural de la Universidad Autónoma “Benito Juárez” de Oaxaca (UABJO).

Monárrez Fragoso definió el feminicido como el asesinato de mujeres por hombres en un continuo de acciones de violencia sexual, por el solo hecho de ser mujeres o no serlo de una manera “adecuada".

Recordó que el término violencia hacia la mujer, definido por la Convención de Belem do Pará en 1994, indica que ésta es cualquier acción o conducta basada en su género, que cause muerte, daño o sufrimiento físico, sexual o psicológico a las mujeres tanto en el ámbito público como en el privado.

Agregó que constituye una violación a su dignidad y a sus derechos y al ejercicio en libertad de su existencia. “Esta violencia puede ser llevada a cabo en el ámbito familiar, en el comunitario, y es tolerada por el Estado cuando no la previene, la sanciona y erradica”.

La conferencia magistral se realizó como parte de la Jornada Oaxaca 2010 Feminicidio, que concluye el 26 de noviembre, en el marco del Día Internacional por la eliminación de la violencia contra la mujer.

Monárrez Fragoso quien también es perito ante la Corte Interamericana para el caso "campo algodonero", afirma que hay evidencia de que los crímenes contra las mujeres se han incrementado, especialmente en Ciudad Juárez:

"De 1993 a 2007, teníamos registro de 500 niñas y mujeres asesinadas; de 2008 a octubre de 2010 ya eran 567 más. Sin embargo, el gobierno se niega a aceptar que haya feminicidios y adjudican esas muertes a ajustes de cuentas entre el narcotráfico, con lo que se desentienden de su responsabilidad de investigar, subrayó"

Graciela Atencio, investigadora del feminicidio en Iberoamerica y editora de Feminicidio.net, señaló que la doctora Monárrez ha sabido tender un puente entre la sociedad civil, las mujeres y la academia.

Manifestó que al tener su residencia en Ciudad Juárez conoce de cerca uno de los más terribles feminicidios del mundo, y la base de datos que ha conformado es de gran trascendencia.

Acompañaron a la conferencista la directora del Estudios de Equidad y Género de la Universidad, Patricia Briseño Maas; la regidora de Equidad y Género del Ayuntamiento de la Ciudad, Bárbara García Chávez, y la representante de la Asociación de Comunicación, Educación y Desarrollo para la Igualdad, Soledad Jarquín Edgar.

jueves, 18 de noviembre de 2010

Las postales de las muertas de Juárez

Cecilia Barría

 
BBC Mundo

Artistas crearon 200 retratos visuales sobre algunas de las jóvenes asesinadas desde 1993 a la fecha.

 
Era una postal. No de esas que se llevan los turistas cuando van a México. Ésta tenía el rostro de Julieta Marleng González, quien desapareció el 7 de marzo de 2001.

 
Tenía 17 años. Nadie encontró su cuerpo, pero se presume que es una de las cientos de jóvenes torturadas y asesinadas en Ciudad Juárez.

 
La postal se la entregó su madre a la artista británica Tamsyn Challenger mientras estaba de viaje a México.

 
Cuando regresó al Reino Unido, se le ocurrió que podía invitar a 200 artistas visuales para que crearan retratos inspirados en algunas de las víctimas.

 
Y así fue. Algunos artistas utilizaron fotografías de las jóvenes, otros trabajaron con información de reportes forenses y algunos simplemente con sus nombres.

 
Karen, Laura, Paloma...

Esos retratos forman parte de la exposición "400 Mujeres" que se inaugura esta semana en Shoreditch Town Hall Basement de Londres.

Uno de los objetivos de la muestra es recordarle al mundo que la violencia de género puede llegar a estos extremos.

"Es una declaración, es una protesta contra la violencia de género. La situación ha empeorado en Juárez pero no tiene la misma cobertura y atención que antes", le dijo a BBC Mundo Tamsyn Challenger.

 
Una joven por día

Según reportes de la prensa local, en lo que va de este año han sido asesinadas 270 mujeres en Ciudad Juárez y las estimaciones indican que a fines de 2010 podrían sobrepasar las 300, es decir, un promedio macabro de una chica por día.

 
Torturas y mutilaciones

•Desde 1993 hasta aproximadamente 2006, las jóvenes son violadas, torturadas, mutiladas, asesinadas y sus cuerpos quedan semiocultos.

•En 2007 y 2008, los cuerpos de las jóvenes desaparecen.

•En 2009 y 2010, los cadáveres aparecen en carreteras o en cajuelas de automóviles, con cintas adhesivas en los ojos y la boca. Las manos atadas en la espalda. (Fuentes consultadas por BBC Mundo en Ciudad Juárez)

Datos oficiales de la Fiscalía General de Justicia del Estado de Chihuahua -al cual pertenece Ciudad Juárez- dicen que en los últimos 17 años se han registrado 846 crímenes contra mujeres en Juárez.

Y durante 2010, las víctimas han sido 169, con datos que llegan hasta el mes de agosto.

Pero es difícil confiar en cualquier cifra en esta saga. Debido al modus operandi de quienes comenten estos crímenes y a lo intermitente que ha sido la atención que se le ha prestado a la situación, desde que aparecieron los primeros casos en 1993 hay cálculos tan variados que invitan a dudar que las matemáticas son una ciencia exacta.

El gobierno alega que las personas están denunciando mucho más que en el pasado y que por eso también han aumentado los casos, aparte de la creciente violencia que afecta a Juárez por la disputa entre los carteles de la droga.

 
Pero no todos concuerdan con esa posición.

 
"Muchas familias no denuncian porque no creen en la justicia. Hay policías y autoridades locales que protegen y trabajan para el narcotráfico y que están detrás de muchos de los crímenes", dijo Marisela Ortíz, fundadora de la organización "Nuestras Hijas de Regreso a Casa", en conversación telefónica con BBC Mundo desde Ciudad Juárez.

 
En lo que sí coinciden distintos sectores es con que la violencia de género ha aumentado en el contexto de la llamada "guerra de la droga".

"Hemos visto un retroceso en los últimos tres años en el tema de la violencia contra las mujeres. Es una situación muy preocupante", le dijo a BBC Mundo Rupert Knox, investigador de Amnistía Internacional.

"Sólo hay impunidad"

Muchas familias no denuncian los crímenes porque han perdido la fe en la justicia.

Desafortunadamente, el problema no se limita a que se agreda fatalmente a las mujeres, ni a que sea posible denunciar sus muertes, sino que se extiende hasta los tribunales, señalan observadores.

 
Aunque las autoridades aseguran que en cerca de la mitad de los casos se han dictado sentencias, según los críticos, la mayoría de las veces los casos quedan cerrados sin culpables, porque la investigación apenas llega hasta los primeros niveles.

"Aquí no se investiga nada. Sólo hay impunidad".

 
Sin embargo, el gobierno y los fiscales resaltan que las investigaciones han mejorado y que hay una gran cantidad de arrestos.

 
Pero a los familiares de las víctimas les preocupa que la mayoría de los condenados sólo sean "chivos expiatorios" o personas que obedecían órdenes de otros.

¿Quiénes están detrás de los crímenes?

Algunos artistas utilizaron fotografías de las chicas o reportes forenses para realizar sus obras.

Sólo hay teorías. Algo difícil de comprender cuando han pasado 17 años.

Las autoridades han optado por la idea de que se trata de casos aislados, sin conexión entre ellos.

 
Pero los familiares de las víctimas creen que existen redes vinculadas al crimen organizado en las que participan narcotraficantes, policías, investigadores judiciales y algunas autoridades, cuyos nombres permanecen en el anonimato.

 
Algunos creen que la violencia de los crímenes podría estar vinculada en algunos casos a "ritos de iniciación", en los que para ingresar a un cartel o a una de las pandillas locales los pretendientes tienen demostrar que están dispuestos a cumplir todo tipo de órdenes.

 
Organizaciones de derechos humanos, asociaciones de la sociedad civil, periodistas e investigadores independientes coinciden con la hipótesis de las familias.

 
Y han visto a través de los años que, aunque han cambiado los patrones de los crímenes, persisten las conexiones.

Según fuentes locales contactadas por BBC Mundo, los crímenes han pasado por al menos tres grandes etapas.

 
La marcas de los asesinos

 
Pocos se explican cómo después de 17 años aún no se ha descubierto la conexión entre los distintos asesinatos.

En la década de los '90 del siglo XX y hasta 2006 las víctimas eran jóvenes, la mayoría entre 14 y 22 años, que trabajaban en las maquilas que exportan textiles y piezas electrónicas hacia Estados Unidos. Pelo negro, bonitas, de familias con escasos recursos económicos.

Las secuestraban para violarlas, torturarlas, estrangularlas y dejar los cuerpos semiocultos para que los pudieran encontrar.

 
El 2007 y 2008 cambia el patrón y los cuerpos de las jóvenes desaparecen.

 
En 2009 y este año, el método volvió a cambiar, probablemente asociado al incremento generalizado de la violencia en la zona.

 
Ahora los cuerpos de las chicas aparecen con una cinta adhesiva en la boca y en los ojos y el cadáver con las manos atadas. Como si los responsables quisieran dejar su firma, enviar un mensaje a sus enemigos y crear un clima de terror en la población.

 
En los últimos meses la estrategia ha presentado algunas variantes. Muchas aparecen decapitadas y sus cabezas son dejadas al lado de sus cuerpos. Otras veces aparecen con bolsas de plástico en la cara para demostrar que murieron por asfixia.

Es una evolución en los métodos criminales que al mismo tiempo da cuenta de la evolución que ha tenido Ciudad Juárez a través de los años.

A las mujeres de Juárez, el Estado las dejó solas

Cada 29 horas ocurre un feminicidio

 
Por Gladis Torres Ruiz, enviada

Ciudad Juárez, Chih. 18 nov. 10 (CIMAC).- En Ciudad Juárez, Chihuahua las mujeres son desaparecidas, asesinadas, y ahora también sepultadas solas; así ocurrió con una mujer asesinada en una de las tantas balaceras de la entidad; sólo su compañero de vida asistió a su entierro porque sus familiares y amistades tuvieron miedo de presentarse ante la violencia que se vive en la entidad.

 
En entrevista con Cimacnoticias, la representante de la Red Mesa de Mujeres de Ciudad Juárez, Imelda Marrufo, informó que en Ciudad Juárez una mujer es asesinada cada 29 horas y en lo que va del año se han registrado 26 mujeres desaparecidas, lo que significa un incremento del 400 por ciento en relación al 2008 con 18 mujeres desaparecidas y 2009 con 22.

“Hasta el viernes 5 de noviembre la Red tenía contabilizados 277 asesinatos de mujeres en este año”.

 
La ola de violencia extrema y la crisis económica mantienen a Ciudad Juárez, en un estado que pareciera de abandono, en una visita de cuatro días, ésta agencia pudo observar, negocios cerrados, calles vacías, mujeres y niñas en extrema pobreza y con mucho miedo de hablar.

 
Aquí se puede escuchar la soledad de una ciudad que ha sido abandonada por unas 230 mil personas en los últimos tres años, por temor a la violencia de los grupos del crimen organizado que han dejado más de 7 mil muertos desde 2008, según información del Observatorio de Seguridad y Convivencia Ciudadana de Ciudad Juárez.

 
La ciudad emblemática por los homicidios y desapariciones de mujeres, delitos que a partir de los años noventa salieron a la luz a nivel internacional; se conoció que mujeres jóvenes y de origen humilde, en su mayoría, eran raptadas, mantenidas en cautiverio y sujetas a una feroz violencia sexual antes de ser asesinadas y dejadas en lotes abandonados.

En la actualidad, estos crímenes no han cesado, organizaciones feministas han documentado cómo durante más de una década los restos de las mujeres son hallados por transeúntes al cabo de unos días o años después, mientras en otras ocasiones las mujeres nunca son encontradas y sus familiares tienen que vivir con la angustia permanente de desconocer su destino o paradero.

 
LAS CALLES DESIERTAS

Las víctimas suelen ser trabajadoras de las industrias maquiladoras que dominan la economía de Ciudad Juárez; camareras, empleadas en la economía informal o estudiantes. Muchas de ellas viven en circunstancias precarias, y a veces con hijas e hijos que mantener.

 
Caminar por esta entidad no es complicado ya que sus calles a todas horas están semi desiertas, son escasas las personas que se encuentran en la calle y más escaso es ver a niñas y niños fuera de sus casas.

Tal parece que a Ciudad Juárez se le arrancó la vida, como desde 1993 se le ha venido arrancando la vida a sus mujeres y jóvenes, a quienes todos los días sus madres y familiares lloran su ausencia.

 
En algunos casos las familias tienen la certeza de que nunca las volverán a ver porque fueron asesinadas, y otras mantienen la esperanza de verlas entrar nuevamente por la puerta de su casa, porque ellas están desaparecidas y sus madres seguras de que se encuentran con vida en algún lugar.

 
“Nosotras vivimos con la ilusión de un milagro, porque las autoridades nunca van a buscar a nuestras hijas, para ellos no es un delito. Es una tristeza muy grande”, comentó a Cimacnoticias Olga Esparza, madre de Mónica Janeth Alanís Esparza, joven estudiante de la Universidad de Ciudad Juárez (UACJ), desaparecida desde el pasado 26 de marzo de 2009.

Escuchar a las madres de estas jóvenes desaparecidas, de entre 16 y 22 años de edad, puede resultar desgarrador; sin embargo en Juárez tras 17 años de lucha, se ha hecho común escuchar las exigencias de justicia de las mujeres; mismas que sólo se quedan en gritos desesperados por la impunidad que priva en estos casos.

En la ciudad fronteriza, mujeres y niñas habitan viviendas precarias, con falta de recursos e infraestructura adecuada, lo que crea un estado de impotencia generalizada que tiene mucho que ver con la desintegración del tejido social.

NO TENEMOS DINERO NI PARA TORTILLAS

Hasta el sábado que le paguen a mi marido y hoy apenas es jueves”, afirma la madre de Brenda Ivonne Poce Sáenz, joven desaparecida cuando fue a buscar trabajo, así las mujeres inundan los camiones de las maquiladoras.

 
Por las avenidas de la ciudad, se pueden ver circular autobuses repletos de mujeres, entre ellos se mezclan esporádicamente camionetas de la Policía Federal, en el que viajan hombres portando sus armas de alto poder.

Las mujeres que laboran en estas empresas, lo hacen porque en Juárez ya no hay más opciones, los pequeños negocios como tienditas, puestos de comida están cerrados, la gente ya no sale por miedo a la violencia, así en las maquilas las juarenses son sometidas a una sofocante disciplina, precariedad, jornadas extenuantes, y salarios irrisorios.

LAS MAQUILADORAS

 
En Juárez, una trabajadora de la maquila gana alrededor 50 a 60 dólares por semana, en una región donde el costo de vida es alto por ser frontera con Estados Unidos. Wellington Pereira Carneiro, académico especialista en el tema señala que la maquila, también conocida como zona ‘franca’, es un espacio industrial delimitado.

 
“Un enclave de libre comercio independiente del régimen arancelario y tributario del país que la recibe, en el cual empresas extranjeras o nacionales deben reexportar el 100 por ciento de su producción, recibiendo una serie de beneficios fiscales y aduaneros”, explicó.

En la ciudad, donde es atroz la violencia contra las mujeres, hoy se ha vuelto común ser víctima de algún acto de violencia o ser testigo de algún hecho de éste tipo, mientras las organizaciones de mujeres siguen denunciando junto con las familias, en busca de justicia.

 
Imelda Marrufo, comentó que hace una semana a una fiesta familiar llegaron unas personas a disparar. Asesinaron a varias personas, entre ellas se encontraba una joven mujer, que fue sepultada solamente en compañía de su esposo. Como organización queríamos llevar flores y acompañar a ésta joven mujer, sin embargo las emociones se encuentran porque no sabemos si seremos bien recibidas.

En la estancia en la ciudad se logra comprender cuando las organizaciones de mujeres de Ciudad Juárez afirman que “a las mujeres de Juárez el Estado las ha dejado solas”. Ahora solas están llegando a su morada final.

 
En Juárez, ya no sabes en que momento sonarán los disparos y puedes ser atacado, así se sintió el equipo de Cimacnoticias cuando el sábado por la noche escuchó una lluvia de disparos y unos 30 minutos después las patrullas con las sirenas encendidas llegaron al lugar.

10/GTR/LR/LGL

miércoles, 17 de noviembre de 2010

Milano: rappresentazione teatrale "Donne di sabbia, testimonianza di donne di Ciudad Juárez"


Il Gruppo 11 di Milano e Donne di sabbia invitano alla rappresentazione teatrale "Donne di sabbia, testimonianza di donne di Ciudad Juárez".

Interverrà:

Marisela Ortiz Rivera, Presidentessa dell'associazione "Nuestras hijas de regreso a casa" che a Ciudad Juárez si batte per chiedere giustizia dei femminicidi.

I femminicidi a Ciudad Juárez e Chihuahua in Messico continuano.

Sono più di 900 le donne assassinate e più di mille quelle scomparse dal 1993. Il clima di violenza e impunità continua. Donne di Sabbia e Amnesty International si fanno portavoce delle associazioni tra cui Nuestras hijas de regreso a casa, che lottano per chiedere giustizia e risarcimento alle famiglie delle vittime.

Sabato, 20 novembre alle ore 10.30

presso la Biblioteca Calvairate

Via Laura Ciceri Visconti, 1

(mezzi pubblici: 12, 66 , 84, 90, 91, 92, 93)

Per informazioni: gr011@amnesty.it

martes, 16 de noviembre de 2010

Se triplicaron desapariciones y asesinatos de mujeres aquí


Luis Carlos Ortega

Contrario a lo expuesto por la Secretaría de Gobernación Federal (Segob) en el sentido de que a la fecha hay avances en el cumplimiento de las obligaciones impuestas por la Corte Interamericana de Derechos Humanos (Coidh) en relación a los hechos del campo Algodonero en Ciudad Juárez, Marisela Ortiz, representante de la organización social "Nuestras Hijas de Regreso a Casa", consideró que no sólo no son notorios dichos avances, sino que las denuncias por desapariciones y asesinatos de mujeres en esta frontera se han triplicado a partir de 2008.

 
Mientras que la Segob señala que a partir de la emisión de la sentencia en diciembre de 209 se puso en marcha el plan de trabajo de coordinación entre las tres instancias de gobierno involucradas con el objetivo de dar cumplimiento a los resolutivos de dicho fallo, la activista social consideró lamentable que sólo hasta ahora en que está por cumplirse el plazo de un año impuesto por la Coidh, se esté hablando de avances cuando se tuvo tiempo para trabajar en ese sentido, lo cual "sólo demuestra la simulación y la falta de voluntad política con la que las autoridades están enfrentando el dictamen", según dijo.

 
"Si las autoridades hubieran cumplido su papel desde un principio no habríamos tenido que acudir a las instancias internacionales que son las que están ejerciendo presión para cumplir con este dictamen, y ni siquiera tendríamos que estar pidiendo que se nos dieran a conocer los avances porque éstos estarían a la vista; también se hubiera evitado la incidencia de todo estos nuevos casos de desapariciones y de muertes de jovencitas que se han venido presentando y que no sólo no han disminuido sino que se han triplicado con respecto al 2008", comentó.

 
Indicó que el patrón de feminicidios y desapariciones ya no es el mismo que el de los años 90, pues ahora no sólo involucra a jóvenes obreras de maquiladora o empleadas de escasos recursos, sino a estudiantes y mujeres pertenecientes a la clase media, y expresó su preocupación de que la impunidad en este terreno esté generando peligrosas secuelas psicológicas y situaciones de deterioro social que van a resultar irreversibles y de un mayor impacto negativo en la comunidad.

 
"Lo malo es que no se vislumbra una solución pronta, pues los gobernantes no se dan o no se quieren dar cuenta que todo esto está trayendo secuelas que van más allá de las familias afectadas, porque están empeñados en parcializar las acciones en lugar de establecer un esquema integral para solucionarlo; sólo podremos esperar algo bueno cuando las acciones empiecen a ser visibles y cada uno de los implicados cumpla con la responsabilidad que le corresponda", aseveró.

 
Cabe señalar que al cumplirse el noveno aniversario de los hechos del campo algodonero, organizaciones sociales del país denunciaron el desinterés del Gobierno Federal por cumplir con los compromisos internacionales al no asignar presupuesto para el cumplimiento de las cuatro sentencias emitidas por la Coidh.

Exhortaron por ello a los legisladores a "corregir la plana a Calderón" para que el gobierno cuente con una partida especial para el pago de las indemnizaciones.

En la sentencia de la Coidh se determina que la principal causa del feminicidio es la discriminación de género contra las mujeres, por lo que ordenó medidas específicas para que no se repitan los hechos.

En este sentido y pese a las recriminaciones, la Segob ha puntualizado que hasta el pasado 29 de septiembre se había cumplido con ocho de los puntos señalados por la Coidh, con acciones coordinadas con las instancias estatal y municipal, y que continuará coordinando el cumplimiento de la sentencia "cuyo plazo de vencimiento es el 10 de diciembre del presente año".
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Frase
"Sólo demuestra la simulación y la falta de voluntad política con la que las autoridades están enfrentando el dictamen"
Marisela Ortiz
Representante de la organización social "Nuestras Hijas de Regreso a Casa"

lunes, 15 de noviembre de 2010

Donne di Sabbia


a MILANO sabato 20/11/2010 alle ore 10,30 presso la Biblioteca Calvairate, Via Laura Ciceri Visconti 1, ci sarà lo spettacolo "Donne di Sabbia" (giunto alla sua 50a replica) con la partecipazione di Marisela Ortiz Rivera, presidentessa dell'associazione "Nuestras hijas de regreso a casa" di Ciudad Juarez (Messico).

a TORINO domenica 21/11/2010 alle ore 15,00 presso il Museo Diffuso della Resistenza, Corso Valdocco 4/A, ci sarà un incontro con Marisela Ortiz Rivera: un'occasione per essere aggiornati sul femminicidio che si consuma a Ciudad Juarez e per conoscere/rivedere una donna coraggiosa.

COMUNICATO STAMPA
“Donne di Sabbia,

testimonianze di donne di Ciudad Juarez"
Rappresentazione teatrale contro i femminicidi in Messico

Donne di Sabbia e Amnesty International presentano, sabato 20 novembre 2010 alle ore 10,30 presso la Biblioteca Calvairate in Via Laura Ciceri Visconti 1 a Milano, la rappresentazione teatrale “Donne di Sabbia, testimonianze di donne di Ciudad Juarez” e l'incontro con Marisela Ortiz Rivera, presidentessa dell'associazione “Nuestras hijas de regreso a casa” (Ingresso gratuito).

“Donne di Sabbia” è uno spettacolo teatrale di testimonianza e denuncia dei femminicidi di Ciudad Juarez, Messico. E’ stato creato e messo in scena con lo scopo di divulgare la terribile realtà che colpisce da 17 anni questa città di frontiera: sono più di 900 le donne assassinate e più di mille quelle scomparse dal 1993. La rappresentazione ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International.

Nel corso della serata interverrà Marisela Ortiz Rivera, simbolo della lotta contro l'impunità del femminicidio a Ciudad Juarez. A sostegno e riconoscimento del suo irriducibile e intenso impegno nella denuncia e nell'appassionata opposizione contro i crimini, Marisela Ortiz Rivera, ha ricevuto varie onorificenze tra cui la cittadinanza onoraria del Comune di Torino, e il Giglio d'Oro del Comune di Firenze.

Amnesty International ha seguito il suo caso con diverse azioni urgenti in quanto è stata più volte in pericolo di vita a causa della sua attività in difesa dei diritti delle donne.


Amnesty International, Premio per la Pace nel 1977 e Premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nel 1978, si occupa da quasi 50 anni della denuncia delle violazioni dei Diritti Umani e della difesa delle persone che sono vittime di tali violazioni in tutto il mondo.

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:

Simona Fontana – Ufficio stampa Amnesty International Lombardia

www.amnestylombardia.it

s.fontana@amnesty.it
Donne di Sabbia: mll2000itza@libero.it

domingo, 14 de noviembre de 2010

Feminicidios: crímenes discriminados

Gloria Leticia Díaz

 
Desplazados de los espacios noticiosos por la guerra contra el narcotráfico, los asesinatos de mujeres, especialmente en Ciudad Juárez, siguen aumentando. Incluso en el entorno de la violencia y las matanzas, la mujer padece discriminación, concluye una misión internacional que vino a verificar el acatamiento de una sentencia de la Corte Interamericana de Derechos Humanos, que el año pasado condenó al Estado mexicano por no hacer justicia en varios casos de violación de garantías fundamentales.

Pese a que el Estado mexicano fue condenado por la Corte Interamericana de Derechos Humanos a causa de los feminicidios en Ciudad Juárez, este problema se ha eclipsado frente a la guerra contra el narcotráfico y la indolencia de las autoridades, concluyen integrantes de la Misión Internacional Por el Acceso a la Justicia de las Mujeres en la Región Mesoamericana que visitaron el país del 8 al 10 de noviembre.

Antes, del lunes 1 al domingo 7, la misión recorrió Nicaragua y Honduras para pedir a organizaciones sociales información sobre la violencia contra las mujeres y entrevistarse con las autoridades de los sistemas de administración y procuración de justicia.

Su trabajo aquí fue el mismo pero con una encomienda adicional: indagar el avance en el cumplimiento de la sentencia emitida en noviembre de 2009 por dicha corte sobre el caso conocido como “campo algodonero”, por el que México fue condenado en relación con los asesinatos de Laura Berenice Ramos Monárrez, Esmeralda Herrera Monreal y Claudia Ivette González, cometidos en Ciudad Juárez en 2001.

Por gestiones de la diputada federal Teresa Incháustegui Romero, durante tres días las especialistas de la misión se reunieron con funcionarios del Consejo de la Judicatura Federal (CJF), de la Procuraduría General de la República (PGR), de la Suprema Corte de Justicia de la Nación (SCJN), de la Comisión Nacional de los Derechos Humanos (CNDH) y de la Secretaría de Gobernación.

Ni el secretario ejecutivo del Sistema Nacional de Seguridad Pública, Juan Manuel Alcántara Soria, ni representantes del gobierno de Chihuahua acudieron a la cita con las expertas en derecho internacional y de género.

Uno de los objetivos de la misión

–que forma parte de la Campaña Regional por el Acceso a la Justicia para las Mujeres– fue “hacer ver que como país estamos siendo vigilados por instancias internacionales de derechos humanos; los ojos y oídos de varias organizaciones están vigilantes del cumplimiento de la sentencia de la Corte Interamericana, pero también de los convenios internacionales que ha firmado México para combatir la violencia contra la mujer”, afirma Incháustegui.

Entrevistadas por Proceso, las integrantes de la misión alertan de la gravedad de la violencia contra la mujer y manifiestan su preocupación por la lentitud para atender la sentencia de la Corte Interamericana por los feminicidios en Ciudad Juárez.

“En México este fenómeno y la violencia contra las mujeres ha quedado oculto frente a la batalla contra el narcotráfico; hay un desprecio institucional por la vida de las mujeres y, por tanto, se niega la realidad”, afirma Victoria de Pablo, integrante de la Fundación de Derechos Humanos del Consejo General de la Abogacía Española, que agrupa a más de 250 mil litigantes.

 
Asesinatos en aumento

 
Julia Monárrez Fragoso, investigadora de El Colegio de la Frontera Norte y perito ante la Corte Interamericana para el caso “campo algodonero”, afirma que hay evidencia de que los crímenes contra las mujeres se han incrementado, especialmente en Ciudad Juárez:

“De 1993 a 2007, teníamos registro de 500 niñas y mujeres asesinadas; de 2008 a octubre de 2010 ya eran 567 más. Sin embargo, el gobierno se niega a aceptar que haya feminicidios y adjudican esas muertes a ajustes de cuentas entre el narcotráfico, con lo que se desentienden de su responsabilidad de investigar.”

Por su parte Yolanda Hernández Sanic, expresidenta del Consejo Indígena Mesoamericano y actual coordinadora del área de la mujer de la Secretaría de la Paz de Guatemala, señala: “La violencia contra la mujer es un problema planetario y en Mesoamérica prevalece una cultura de impunidad, pero en el caso de México es más grave porque es un país que ha firmado todos los convenios internacionales en materia de derechos humanos y de protección a las mujeres”.

Marta Eugenia Solano Arias, representante del Instituto Latinoamericano de las Naciones Unidas para la Prevención del Delito (del que depende la misión que visitó México) manifiesta su preocupación porque a casi un año de emitida la sentencia de la Corte Interamericana, “no hay visos ni señales del Estado mexicano de intentar cumplirla; oímos hablar a funcionarios que nos decían: ‘eso no es mi competencia’, y al final no sabemos a quién le corresponde cumplir”.

En esta inquietud coincide María Eugenia Solís García, quien fue juez de la Corte Interamericana y es consultora de la Corte Penal Internacional:

“De acuerdo con lo dicho por la ministra Olga Sánchez Cordero, me parece una aberración que la Suprema Corte esté discutiendo si la sentencia de ‘campo algodonero’ es de cumplimiento forzoso o no. Y de los encuentros con los funcionarios parece que el sistema mexicano está formateado para zafarse: nadie admite responsabilidad en el principal problema, que es la justicia.”

Luz Estrada, del Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicidio (OCNF), aporta números: de enero de 2009 a junio de 2010, en 18 estados mexicanos se cometieron mil 768 asesinatos de mujeres. De ellos, en mil 74 los patrones corresponden a feminicidios (homicidios de mujeres como resultado de la discriminación de género) y ocurrieron en 13 entidades, pero sólo se dictaron 40 sentencias.

En los casos de feminicidio las víctimas fueron arrojadas en la vía pública, sus edades iban de 11 a 30 años, tenían huellas de abuso y fueron ejecutadas por estrangulamiento, quemaduras o con arma punzocortante.

Además de Chihuahua, donde se registraron 245 crímenes de ese tipo, en las 13 entidades de las que el OCNF tuvo información para ese mismo periodo las de mayor incidencia son el Estado de México (309), Quintana Roo (204), Sinaloa (125), Tamaulipas (103), Jalisco (88) y Veracruz (82).

En el Estado de México, de acuerdo con el OCNF, entre 2005 y 2010 se cometieron 900 homicidios dolosos de mujeres; de éstos, en 57% se desconoce al responsable, en tanto que en 37% el autor fue un familiar, conocido o pareja de la víctima. Además, en la entidad se tienen 99 víctimas no identificadas, lo que para Estrada podría significar que eran migrantes centroamericanas.

Otra entidad con números alarmantes es Jalisco: según datos de la procuraduría estatal, en el último año y medio ha habido 187 mujeres desaparecidas con edades de entre 11 y 17 años.

Después de conocer la realidad mexicana De Pablo acota: “En España, con 46 millones de habitantes, es un escándalo social que haya 65 mujeres muertas al año. Pero la respuesta judicial allá es que 20% de las mujeres se suicidó y, en el resto de los casos, 90% de los responsables están en la cárcel.

“En México ni siquiera se sabe con certeza cuántas mujeres mueren de forma violenta al año… hay un alto nivel de impunidad. Hemos detectado que el tema de los feminicidios no está en la agenda política del gobierno como una prioridad.”

 
Dinero europeo

El interés internacional por que se acate la sentencia sobre los feminicidios en Ciudad Juárez es tal que la Unión Europea (UE) destinó recursos a México para el cumplimiento de uno de los puntos resolutivos, el 18, referente a la estandarización de protocolos, manuales, criterios ministeriales y servicios periciales para la investigación de delitos de violencia contra las mujeres.

En respuesta a una solicitud de información formulada por Proceso a la Secretaría de Relaciones Exteriores (SRE), la Dirección de Derechos Humanos y Democracia de la dependencia señaló que como parte del Convenio de Financiación CDI/ALA2007/019-116, la UE aportó 350 mil euros al Programa de Derechos Humanos Unión Europea-México (PDHUEM), que comprende ocho mesas temáticas, una de ellas relativa a los protocolos.

De ese monto, 300 mil euros se destinaron a la contratación de asistencia técnica, ya que la cancillería dispuso a través del PDHUEM que el grupo de trabajo de la PGR para el cumplimiento del numeral 18 de la sentencia contara con asistencia técnica “a través de la contratación de expertos nacionales e internacionales”. Los fondos son administrados por la UE a través de BAA Consultors, según la información proporcionada por la SRE el pasado 30 de agosto.

No obstante, hasta esta fecha la Dirección de Derechos Humanos y Democracia de la SRE confirmó que la PGR no había llamado a expertos internacionales, sino a tres nacionales, y la dependencia dijo desconocer el monto de sus contratos.

De acuerdo con información entregada a la misión por el subprocurador jurídico y de Asuntos Internacionales de la PGR, Jorge Alberto Lara Rivera, los especialistas contratados son Samuel González Ruiz, constitucionalista y extitular de la desaparecida Unidad Especializada contra la Delincuencia Organizada; Teresita Gómez de León, abogada y excolaboradora de Guadalupe Morfín en la Comisión para Prevenir y Erradicar la Violencia contra las Mujeres en Ciudad Juárez y en la Fiscalía Especial para los Delitos de Violencia contra las Mujeres y Trata de Personas (Fevimtra) de la PGR; y Efraín Nieves Hernández, académico de la Facultad de Ciencias Políticas y Sociales de la UNAM, exfuncionario de la Fevimtra y de la CNDH.

En entrevista, Karla Michelle Salas Ramírez, representante legal de las familias de las víctimas del caso “campo algodonero”, detalla las dificultades para el cumplimiento de la sentencia de la Corte Interamericana, de cuyos avances el gobierno federal tiene que rendir un informe el próximo 10 de diciembre: el gobierno de Chihuahua no ha publicado la sentencia, la Fevimtra se ha negado a atraer las investigaciones de los casos de desaparición y homicidio de las mujeres localizadas en el campo algodonero en 2001, no se ha sancionado a los funcionarios públicos que obstaculizaron el esclarecimiento de los crímenes y no se ha investigado ni castigado a quienes hostigan a los familiares de las víctimas.

Otros puntos de la sentencia se refieren a la construcción de “un monumento en memoria de las mujeres víctimas de homicidio por razones de género en Ciudad Juárez” y el reconocimiento público de la responsabilidad internacional del Estado en las muertes de Laura Berenice Ramos Monárrez, Esmeralda Herrera Monreal y Claudia Ivette González.

“Alejandro Negrín (director general de Derechos Humanos y Democracia de la SRE) informó a David Peña, mi compañero en la defensa de los familiares de las víctimas, que el memorial –que pedimos estuviera en el campo algodonero al que se refiere el caso– no se iba a construir porque es propiedad privada y no se han puesto de acuerdo qué mecanismo seguir para edificarlo, sobre todo porque el gobierno no acepta nuestra exigencia de que se incluyan los nombres de más de mil mujeres que han sido asesinadas de 1993, cuando se denunció el fenómeno, a la fecha.

“El gobierno se resiste a que Ciudad Juárez quede marcada no sólo por la violencia producto del narcotráfico sino por los feminicidios. El memorial sería para el gobierno de Calderón el muro de la vergüenza”, dice Salas.

En cuanto a la disculpa pública a la que está obligado el Estado mexicano, agrega la abogada, “se prepara un evento encabezado por Calderón al que se pretende llevar a familiares de las víctimas del campo algodonero” y a deudos de Rosendo Radilla, líder campesino desaparecido por el Ejército en Guerrero durante la guerra sucia y por cuyo caso la Corte Interamericana también condenó a México (Proceso 1706 y 1729).

A menos de 30 días de que se cumpla el plazo para que el gobierno federal rinda su informe sobre el cumplimiento de la sentencia sobre los feminicidios en Ciudad Juárez, el único avance concreto es la tramitación de indemnizaciones para los familiares de las tres víctimas por parte de la Comisión Nacional para Combatir la Violencia contra la Mujer (Conavim), apunta Salas Ramírez.

Por su parte, la abogada Victoria de Pablo dice que en la última reunión de la misión internacional en México, el martes 9, fue con el subsecretario de Asuntos Jurídicos y Derechos Humanos de la Secretaría de Gobernación, Felipe de Jesús Zamora, quien se comprometió a que se acatará la sentencia del tribunal interamericano.

De Pablo dice estar satisfecha porque al menos su grupo logró arrancar a los representantes del Estado algunos compromisos para el cumplimiento de la sentencia de “campo algodonero”, que serán verificados en marzo de 2011 en otra gira de la misión.

La PGR se comprometió a crear un registro nacional unificado de denuncias de homicidios dolosos de mujeres en la que se integre una base de datos genética; a reformar el Protocolo Alba, que se pone en marcha cuando desaparece una mujer o una niña; y poner a disposición de todos los procuradores de los estados los protocolos para investigar casos de violencia contra mujeres.

A su vez, el Consejo de la Judicatura Federal acordó dar difusión masiva a la sentencia y todos sus estándares, sobre todo en los contenidos sobre perspectiva de género, así como a reforzar sus programas de capacitación con perspectiva de género entre el cuerpo de jueces y magistrados.

De Pablo apunta que las expertas le aclararon al subsecretario Zamora que “por encima de las indemnizaciones, del memorial, de las placas o los monolitos, las familias de las víctimas lo que quieren es justicia, lo que implica la investigación de los hechos: quieren saber por qué y quién asesinó a sus hijas. Él dijo que lo entendía, pero que no era de su competencia”.

Sociedad patriarcal, origen de los feminicidios

Fernando Camacho Servín

Periódico La Jornada


Los feminicidios en México y Centroamérica no han disminuido, sino por el contrario en años recientes han aumentado “de forma espectacular” debido al machismo y la naturalidad con la que se asume la violencia en la región, pero también por la deficiencia de los sistemas judiciales, que reproducen la impunidad.

Así lo advirtió la abogada Victoria de Pablo, integrante del Consejo General de la Abogacía Española, y quien participa en la misión internacional Por el acceso a la justicia para las mujeres en la región mesoamericana, grupo que se dedica a monitorear el tema de la violencia de género.

El trabajo realizado por la misión incluye México, Honduras y Nicaragua y su objetivo es analizar por qué los feminicidios y otras agresiones contra mujeres se reproducen estos países.

“Las causas son múltiples, pero en el origen está el machismo y la desigualdad. La violencia es el efecto colateral perverso de una enfermedad, que es la sociedad patriarcal, cuyas bases siguen intactas”, afirmó De Pablo.

viernes, 12 de noviembre de 2010

La militarización en México, encubre el tema de feminicidio

Insuficiente actuación del gobierno: Misión Internacional  

 
Por Guadalupe Cruz Jaimes

México, DF, 8 nov. 10 (CIMAC).- La actuación del gobierno mexicano en la lucha contra la violencia de género y el feminicidio es “insuficiente”, ya que no garantiza el derecho a la vida de las mujeres y tampoco su acceso a la justicia, prueba de ello, es que en los últimos tres años de los mil 67 asesinatos violentos registrados, sólo 3.7 por ciento de los casos recibieron una sentencia.

 
Afirmaron académicas, investigadoras, abogadas y activistas, integrantes de la Misión Internacional: “Por el Acceso a la Justicia de las Mujeres en la Región Mesoamericana”, en conferencia de prensa, durante su visita a México, que tiene como propósito plantear una agenda mínima para prevenir y sancionar la violencia contra las mujeres.

 
En su exposición, Victoria de Pablo, del Consejo general de la abogacía de España, afirmó que “el gobierno mexicano no está suficientemente implicado en la lucha contra la violencia de género y contra el feminicidio; está políticamente desvinculado y oculta esta realidad, lo que permite que miles de mujeres sean asesinadas impunemente en el país cada año”.

 
Luego de consultar la información oficial y de entrevistarse con las organizaciones y familiares de víctimas de feminicidio, a nombre de la Misión Internacional, Victoria de Pablo detalló que en México, a diferencia de Nicaragua y Honduras (países que visitaron la semana pasada), la problemática es “especialmente preocupante”.

 
Ello, se debe a la “alta militarización, la cual como pretexto de la lucha contra el narcotráfico, ha servido para encubrir el tema de feminicidio”.

 
En el balance de los tres países, México destaca por su incumplimiento de compromisos con el Legislativo nacional y con organismos internacionales que establecen la protección de la vida y los derechos de las mujeres.

 
A diferencia de Nicaragua y Honduras, la impunidad en México también es más alarmante, ya que al contar con una mayor capacidad política y económica se esperaría que el acceso a la justicia fuera mayor, pero no es así.

 
De acuerdo con María de la Luz Estrada, coordinadora del Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicidio (OCNF), en los últimos tres años se registraron mil 768 homicidios dolosos de mujeres, en 15 estados de la república, de los cuales sólo se identificaron mil 67 casos, ya que Chihuahua y Veracruz no proporcionaron información suficiente para definir si se trata de este delito.

 
Del total de asesinatos violentos, informó la coordinadora de la OCNF, sólo en 40 de los casos las autoridades han dictado sentencia.

Al respecto, Victoria de Pablo mencionó que tal grado de impunidad es posible por la ausencia de registros globales, la “defectuosa investigación de los hechos” y la criminalización de las víctimas.

 
“Con el alto nivel de ineficiencia en la investigación y sanción de los crímenes contra las mexicanas, se envía un mensaje de impunidad, pues finalmente el agresor queda libre, éste impacta sobre todo a núcleos rurales, indígenas, generando en las familias de las víctimas sentimientos de impotencia y desamparo, así como desconfianza de las instituciones públicas”, indicó la especialista.

 
En este escenario, la diputada federal Teresa Incháustegui, presidenta de la Comisión Especial de Feminicidios, señaló que la Misión Internacional presentará 10 puntos, retomados de la sentencia del caso Campo Algodonero, que dictó la Corte Interamericana de Derechos Humanos (CoIDH) al Estado mexicano, a las y los funcionarios con quienes se entrevistarán los próximos dos días, para que se implemente en todo el país.

 
Entre las puntualizaciones están el registro homologado y suficiente de las víctimas, para poder identificarlas, también un banco genético que permita reconocer los cuerpos con base en la información genética de las familias.

 
De igual modo, mencionó la necesidad de establecer un mecanismo inmediato de búsqueda de mujeres y niñas desaparecidas.

Entre los puntos retomados de la sentencia de la (CoIDH), emitida el año pasado por el caso de tres de los ocho cuerpos encontrados en el predio Campo Algodonero, en Ciudad Juárez, también está la creación de protocolos de investigación, así como la capacitación y sensibilización permanente para el personal de justicia.


Otras puntualizaciones que presentarán ante las autoridades del país, está la tipificación del delito de feminicidio y campañas de respeto a los derechos de las mujeres, con la finalidad de “desmontar esa cultura de maltrato”, señaló Teresa Incháustegui.

 
La Misión Internacional se reunirá hoy con funcionarios de la Procuraduría General de la República, y mañana martes con representantes del Consejo de la Judicatura Federal, la Comisión Nacional de Derechos Humanos, el Sistema Nacional de Seguridad Pública, la Suprema Corte de Justicia de la Nación y la Secretaría de Gobernación.

 
10/GCJ/LR/LGL